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La ri-nascita del Giullare PDF Print E-mail
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Teatro
Written by Alessandro Gammaldi   
Saturday, 20 March 2010 17:39

PAOLO ROSSI A FERRARA PER “IL MISTERO BUFFO DI DARIO FO. 

PS: nell’umile versione pop” 

Non sarà il “Mistero Buffo” a cui siamo abituati, fatto sta che la umile – e chiacchieratissima – versione pop del celebre monologo di Dario Fo è uno degli eventi teatrali dell’anno, specie se a proporla è uno dei suoi allievi prediletti, quel Paolo Rossi che proprio a Ferrara è cresciuto e ha mosso i suoi primi passi da giullare molesto.

Il 18 marzo, al Teatro Comunale di Ferrara, va in scena la prima. Mancare sarebbe un peccato imperdonabile. Imperdonabile innanzitutto per chi, per ragioni eminentemente anagrafiche, s’è perso l’originale del 1969 – inimitabile nel suo genere; imperdonabile parimenti anche per chi conosce quel “Mistero Buffo”, perché, in realtà, più che una semplice cover, quello proposto da Paolo Rossi è uno spettacolo fortemente emozionale ed evocativo, nel quale rivivono tracce delle esperienze, recenti e più remote, del furetto giuliano, d’adozione ferrarese.

Prima evidente traccia che Rossi dissemina nella scenografia da trenta e lode del suo “Mistero” – scarna e visionaria ad un tempo – è un palcoscenico nel palcoscenico, che addirittura diventa, in seguito, oggetto di scena polifunzionale: chiaro l’omaggio alla commedia dell’arte, ma straordinario è anche il potere evocativo di quest’oggetto di scena, che ispira allo spettatore un fascio di idee che vanno dal teatrino dei pupi fino al meta-teatro di Samuel Beckett.

La seconda traccia, che campeggia sinistra a un lato della scenografia, è una fiammante Fender Stratocaster nera, che non solo rompe con Dario Fo (l’originale del “Mistero” non contempla, infatti, effetti musicali), ma addirittura va a contrastare nettamente con l’atmosfera medievale di misteri e giullarate.

Il terzo indizio è racchiuso in un subliminale: sulla destra, trovano posto infatti un tavolo e due sedie, che rievocano un’ambientazione da osteria, producendo sul pubblico la ragionevole aspettativa di una scena dialogica. Che arriverà?

Ulteriore indizio: un manichino vestito alla marinara – figura abbastanza inquietante, per la verità, almeno fintanto che Rossi non ne spiega la funzione – e che, perciò, non vi diremo chi è o cosa rappresenti.

Il quinto e ultimo indizio trova posto nella sceneggiatura ed è un omaggio finale a vecchi compagni d’avventura, come Gaber e Jannacci, sulle note di una scanzonatissima “Ho visto un Re”.

È gioco-forza, perciò, che uno spettacolo del genere, così articolato e ricco nei richiami che opera, abbia decisamente bisogno di un manuale per l’uso. E a questo Rossi ha pensato: l’intenzione dell’attore sarebbe, infatti, quella di abbattere la quarta parete e realizzare una catarsi, anticipando al pubblico, nella prima parte del suo spettacolo, témi e volumi del suo “Mistero”. In realtà, però, venticinque minuti del primo tempo se ne vanno solo di aneddoti, lazzi e percorsi esplicativi, riducendo al minimo i momenti davvero catartici.

Questa scelta di Rossi non è priva di conseguenze comunicative: la scomposizione del “Mistero Buffo” in pillole, alla lunga, finisce con il far entrare realmente il pubblico nelle fabulazioni, con l’unico neo che a Paolo Rossi manca sia la presenza scenica, sia la dotta parlantina di Fo (e, in questo caso, il paragone con il Premio Nobel brianzolo è inevitabile). Un altro effetto – sgradevole ma altrettanto inevitabile – è che il primo tempo risulti nient’affatto brillante, salvo che per alcuni tratti de “La nascita del Giullare”.

Il secondo tempo inizia, invece, con la fuga di alcuni “reazionari” – per mutuare un’espressione urlata dai palchi del primo ordine –, indignati forse da alcune battute politicamente scorrette del giullare triestino. Meno siamo, meglio stiamo direbbe Renzo Arbore e, così, guarda caso, anche lo spettacolo sale di livello. Non c’è la celebre battuta del nanerottolo ne “La resurrezione di Lazzaro” (<<A Dario quella battuta riesce perché ha un paio di gambe da fenicottero,>> si scuserà poi Rossi nell’incontro col pubblico, dopo la prima <<io, invece… beh, lasciamo perdere!>>), ma ci sono delle felici innovazioni, tra tutte l’episodio del post-resurrezione di Lazzaro e la trovata scenica della crocifissione, firmata dalla giovane regista iberica Carolina De La Calle Casanova.

Buoni voti per le musiche del m° Emanuele Dell’Aquila, pugliese doc, anche se il brano “hard” con il quale si chiude questa versione pop del “Mistero Buffo” pare una scelta un po’ fuori luogo, tanto vero che anche Rossi se ne accorge e chiede alla regia di sfumare.

In definitiva, uno spettacolo tutto sommato godibile che, per la sua conformazione e la sua fresca fattura (siamo solo alla quinta tappa della tournée), è ancora un laboratorio aperto, sul quale Paolo Rossi – da alcune indiscrezioni del dietro le quinte – pare voglia tenere il massimo riserbo, negandosi persino a microfoni e telecamere della RAI. Bah, mistero… buffo!

 

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Luca Iacovone